Messa a Trentola Ducenta (Caserta) per la solennità di San Giorgio martire

Un grande grazie. Il Santo Patrono ci aiuta a sentirci parte di una comunità. Ci ricorda il noi che siamo. Se è più forte il noi è più forte l’io. Quando c’è solo l’io, e il noi serve solo per nutrire l’io, stiamo tutti peggio! In questa comunità sentiamo presenti quanti sono uniti nella comunione. Gesù è con noi e con quanti vivono con lui. È il vero legame che unisce qui e lassù, perché Gesù da lassù è venuto quaggiù. Se amiamo lo capiamo già oggi. Noi siamo e saremo una cosa sola, non un ammasso informe, indistinto. Perfino i capelli del nostro capo sono contati, cioè vuol dire importanti. Non essere separati non è problema fisico, ma principalmente di cuore, cioè spirituale. Nell’inferno – che, come il Paradiso, cominciamo a costruircelo qui sulla terra – l’altro sta lì ma è lontano, non ci parliamo, parliamo dietro, parliamo sopra, contro. Solo l’amore ci apre il cuore, ci fa parlare, conoscere, scoprire, rispettare l’altro, vincere il male che, non a caso, è il divisore, la distanza di cuore, colui che semina zizzania, fa crescere l’odio, lo nutre con la vendetta e il senso dell’ingiustizia subita, del sentirsi vittima. E quindi in diritto, con uno pseudo onore da vendicare, che in realtà lo fa perdere perché ci abbrutisce e indurisce, e ci fa vivere come schiavi del nostro istinto proprio come Caino.  

Ringrazio perché questa casa ricorda a tutti, e anche a noi, le nostre radici, antiche o più recenti, che ci aiutano a capire il tanto che ci unisce e ci può unire. Le radici ci aiutano anche a dare nuovi frutti. Ricordiamo il passato ma per guardare al futuro e sceglierlo. Le radici si conservano solo facendole fruttificare, investendole, altrimenti si perdono e, come sempre, significa anche che le togliamo ad altri. Francesco Zuppa sposò Maria Carmina Fraya. Nel 1832 alla coppia vennero pignorati dei beni immobiliari situati sulla strada nuova del Comune di Trentola (nuova allora, oggi vecchissima!), a causa di debiti non saldati. Ebbero un figlio, Raffaele, nato intorno al 1810. Questi sposò Viola Sagiocco, nata nel 1845. Raffaele mori prima che nascesse suo figlio che fu chiamato anch’egli Raffaele! Era il 1864. Mio nonno! Venne a Roma, faceva la guida a Castel Sant’Angelo e poi sposò mia nonna, Maddalena Stirpe e il 14 luglio del 1909 nacque papà, in via dei Canestrari 8, vicino al Pantheon. Papà gli era legatissimo, tenerissimo verso di lui e viceversa. A casa, nemmeno a dirlo, comandava nonna Maddalena! Il nonno di don Pasqualino era cugino del mio parente e si chiamavano tutti e due Raffaele Zuppa. Ricordo, ovviamente, Pasqualina Zuppa e Luigi De Cristoforo, e con loro Francesca, Luciano e Raffaele. Tralascio i discendenti, altrimenti finiamo a notte fonda. Se pensassimo di più a quanto amore abbiamo ricevuto e a chi dare quello che abbiamo per non perderlo, capiremmo la saggezza del Manzoni che invitò “più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio”, pur con le inevitabili difficoltà che, sempre il Manzoni, non sono tenute lontano da una condotta cauta e innocente ma “quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore”. Insomma, non dobbiamo avere paura di amare ma tanta paura di non amare. Quando cresce l’amore per noi stessi e se non amiamo qualcuno più di noi stessi, vince sicuramente la paura! È l’amore che la vince, non il coraggio! La paura giustifica il “salva te stesso”, la violenza, l’impudicizia delle parole dure verso gli altri, la rabbia, insomma la perdita della magnifica umanità che pure hanno e che noi abbiamo.  

San Giorgio ci ricorda che l’unico nemico che dobbiamo avere e combattere è il divisore, altrimenti vince lui! E non lo vince l’eroe ma l’umile che ama.  Ce lo insegna Dio che abbassò se stesso per alzare noi. L’amore è umile. Meno ce n’è e più si esibisce, ha bisogno di conferme, di apparenze. Diffidate delle esibizioni, delle rivendite, dell’amore ridotto a convenienza o, peggio, a possesso, che è proprio quello che lo uccide. Non è amore. Il martire ama e quindi non si arrende, pensa cosa serve all’amato. Hanno fatto così tanti testimoni che abbiamo conosciuto, ma la loro testimonianza troppo poco ci ha cambiato. Attenzione a costruirgli i monumenti e a continuare come prima! Hanno amato fino alla fine e hanno vinto, perché solo l’amore non finisce ed essi sono grandi in cielo e anche in terra! Questi sono i testimoni. Se non siamo testimoni siamo complici del male. Non c’entra nulla la prestazione. È il cuore. Se è disarmato avrai un cuore capace di vedere l’altro, di fare tuo il dolore dell’altro e quindi di amare, di non accettare la spirale di violenza che ci fa precipitare tutti nella voragine del male. Non è mai inutile l’amore! È stato inutile l’umile gesto di quella persona in servizio della Guardia Costiera che si è tolto il suo calzino per metterlo, lui, al bambino infreddolito appena sbarcato a Lampedusa? Un gesto umile e grandissimo, vestire gli ignudi, possibile a tutti e che onora la magnifica umanità, e chissà un giorno quel bambino glielo metterà a lui quando non ce la farà più a mettersi il suo da solo! Non dobbiamo verificarlo ma credere che l’amore non va mai perduto e quindi regalarlo a tutti! Come la puzza del male, della corruzione e della prevaricazione rende tutto più brutto per ognuno, così l’amore e il suo buon profumo rende il mondo più umano. Purtroppo, ci arrendiamo alle prime difficoltà e ci viene di rispondere al male con il male, altrimenti sembra che noi passiamo per sciocchi. Ricopriamoci dei testimoni, dei martiri nostri contemporanei, come Padre Pino Puglisi e il nostro e vostro don Peppino Diana, che hanno combattuto contro il drago infido e vigliacco delle mafie e dei loro interessi. Lo fecero in nome della giustizia di Dio e per amore dei piccoli, dei deboli. Il drago sono anche la distruzione dell’ambiente, le dipendenze dal gioco, i tanti narcotici che riducono a schiavi. Attenzione anche al drago che usa lo straordinario strumento di comunicazione digitale quando ci riduce a individui soli, dove si è collegati con tanti ma si resta soli.  

San Giorgio chi è? Uno che ama. Papa Leone XIV parla dei “martiri del quotidiano che curano, educano, accompagnano, consolano senza clamore, come i genitori, gli infermieri, i medici, i volontari, le persone che restano accanto a un anziano o a un escluso” (MH118). “La loro testimonianza mostra che il bene non procede in automatico, ma richiede perseveranza, memoria, e una conversione che rende capaci di ricominciare anche dopo le sconfitte” (MH 127). “Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero”. Perché se siamo a questo mondo è per adempiere una missione e la scopriamo solo amando. “Ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma”.  “Il mondo è lacerato dalle guerre e dalla violenza, o ferito da un diffuso individualismo che divide gli esseri umani e li pone l’uno contro l’altro ad inseguire il proprio benessere” (EG 99). “In vari Paesi risorgono conflitti e vecchie divisioni che si credevano in parte superate. Ai cristiani di tutte le comunità del mondo desidero chiedere specialmente una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa. Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli uni degli altri, come vi incoraggiate mutuamente e come vi accompagnate: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri»” (Gv 13,35).  

Ecco chi è San Giorgio, il nostro patrono. Un santo forte, un soldato coraggioso, che ci insegna un cristianesimo non rinunciatario, non da salotto, non con le sicurezze del laboratorio o ridotto a sentimentalismo svilito, pavido, pieno di compromessi. È forte proprio perché debole, cioè capace di difendere gli altri e non pensare a sé stesso. Ricordiamoci che il drago non si sazia mai e chiede sempre di più. Prima si nutriva di due pecore al giorno, ma quando queste cominciarono a scarseggiare furono costretti a offrirgli una pecora e un giovane tirato a sorte. San Giorgio salva Silene, figlia del Re. Disse alla principessa di non aver timore e di avvolgere la sua cintura al collo del drago. La vera forza è dominare quel drago che disperde la vita e la rende insignificante. E che la distrugge come quel drago che è la guerra. Non combattiamo la guerra con la guerra, perché così si prepara la prossima! Si combatte solo con la pace, con una difesa proporzionata, e con la forza e il rispetto del dialogo e del diritto. Quando questi sono deboli c’è solo la forza delle armi. E queste distruggono tutti. San Giorgio non cerca la sua ricompensa. Tutti i soldi li distribuì, i suoi beni ai poveri e volle che tutti fossero battezzati, cioè che attraverso una vita libera dal drago trovassero la gioia di essere figli di Dio, fratelli tra loro. È una forza rispettosa e gentile, ma anche resistente e capace di cose grandi.  

O San Giorgio, a te mi volgo per chiedere la tua protezione.
Ricordati di me, tu che hai sempre aiutato e consolato chiunque ti ha invocato
nelle proprie necessità. Animato da grande confidenza e dalla certezza di non pregare invano, ricorro a te che sei così ricco di meriti davanti al Signore: fa che la mia supplica giunga, per tua intercessione, al Padre della misericordia.

Chiesa di San Giorgio martire - Trentola Ducenta (CE)
27/08/2026
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