Omelia per la Festa della Dedicazione della Cattedrale

I luoghi, per la fisicità della nostra vita, non sono mai irrilevanti, tutti uguali o, nella nostra stagione digitale, virtuali. In essi capiamo l’incarnazione perché contengono le impronte della presenza di Dio nella nostra povera storia. Lo capiamo meglio per quelli più familiari, che rappresentano un legame o tanti legami affettivi. Lo contempliamo oggi in questa casa nel giorno della sua dedicazione. È la casa che unisce noi e tutte le nostre comunità. Ci disse proprio qui Papa Francesco: “La diocesanità è esperienza di appartenenza.  Vae soli! dicevano i Padri del deserto”. Qui sperimentiamo, sentiamo, respiriamo la nostra Chiesa, la ricchezza della sua storia dalla quale, come il tesoro del sapiente, possiamo trarre cose nuove e cose antiche. Ma è anche il nostro presente, perché ci aiuta a vedere nello spazio il tempio di Dio. Qui troviamo e ritroviamo il nostro noi, sempre tanto più largo del nostro io. Non è una comunione indistinta che relativizza il nostro piccolo, ma lo fa sentire parte di una realtà più grande. Davvero la Chiesa non è un museo che si conserva lasciandolo tenacemente così com’è. La Chiesa si conserva trasmettendola e vivendola, riconoscenti per ciò che ci ha preceduto, attenti a quanto abbiamo attorno, mettendo sempre al centro il Signore che continua nelle varie stagioni della nostra vita a dirci: “Seguimi”. Qui il nostro atteggiamento è, insieme, quello di toglierci i sandali per non calpestare con l’abitudine e la scontatezza, e quello anche di avvicinarci ancora di più, sentirci a casa, lasciarci addomesticare, riconoscendo proprio nel nostro roveto la fiamma di amore che non si consuma. Se entriamo senza distrazione e affanni, consapevoli di essere tutti radunati dalla dispersione e ospitati in un luogo santo, ci sentiamo a casa, la nostra casa, e possiamo fermarci ai piedi di Gesù, stare con Lui, trovare e ritrovare la parte migliore che non smettiamo di capire e che ci libera dagli affanni di Marta.

“Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito!”. Dio, che i cieli dei cieli non contengono, abita sulla terra e lo contempliamo in questa casa dove gli occhi si possono aprire, dove resta con noi nelle sere minacciose del mondo, dove accende il nostro cuore nella tristezza e nell’incertezza e apre a un cammino verso i fratelli donando un cuore pieno di passione. Non abbiamo chiarito tutto, non avremo le risposte per ogni problema ma abbiamo il Signore nel cuore, gli occhi che vedono e riconoscono. Senza questa dimensione spirituale, e molto umana, tutto diventa insignificante o soltanto delle “belle pietre” da ammirare. È casa di tutti solo se è casa del Signore, se noi siamo suoi e non viviamo da estranei, se non la facciamo a pezzi, finendo come condomini che inevitabilmente si fanno prendere dall’infinita discussione su chi è il più grande. Questa casa ci fa sentire l’appartenenza che ci libera dalla tentazione della solitudine, quella che poi nutre tanti sentimenti di amarezza e di distanza. Senza essere di qualcuno finiamo per appartenere solo a noi stessi.

In questo anno dell’Eucarestia vogliamo tessere con rinnovata passione la tovaglia delle relazioni tra noi, con le nostre comunità, la rete di amicizia di persone che si amano tra loro nel nome di Gesù, amano l’unità e la pace tanto da essere un cuore solo e un’anima sola. Quanto è necessario difendere e custodire l’unità! L’Eucarestia è unità piena, la rigenera ogni volta e ci aiuta a ritrovarla. E sento la grazia di questa concelebrazione tra noi, Vescovo e presbiterio, con i fratelli lontani e insieme a tutti i fratelli e le sorelle che rappresentate e portate nel cuore. In un tempo senza profondità e senza promesse, la Chiesa rappresenta “uno squarcio, un’oasi di pace in una società iperconnessa e rumorosa, dove si può sperimentare la presenza dell’Autore del più grande amore”. È da questa casa “che sorgono legami di maggiore fraternità, reti di solidarietà, frutto della comunione all’unico Sacrificio di Cristo”. L’Eucarestia è vita trasfigurata, proprio la nostra con le miserie e le parzialità che a volte tanto ci angustiano o umiliano.

Papa Leone XIV ha detto: “Mettete dunque al di sopra delle vostre personali sensibilità la comunione col successore di Pietro e con la Chiesa, per coltivare l’unità del popolo di Dio. Insieme saremo la profezia che un mondo riconciliato è possibile”. È quello che viviamo oggi. Lui questa unità la rappresenta e per questo sempre amiamo il suo servizio e magistero. L’unità non è statica, non né mai passiva perché è comunione intorno a chi la rappresenta e la esercita. Amiamola e difendiamola, perché è la nostra forza, non è mai scontata. In questo anno vogliamo condividere il pane del cielo con i tanti che in modi diversi lo chiedono. Anche il nostro amore trasmetterà la grazia dello spezzare il pane e così si apriranno gli occhi a tanti pellegrini tristi, stanchi e sfiniti, delusi, amareggiati, scontrosi, come gli occhi che si aprono nello spezzare del pane eucaristico, in un mondo così diviso e divisivo, che poco crede e vive l’amore per tutti, che invece è quello proprio dell’amore cristiano e umano. Il vero nemico, che facilmente deforma anche la casa del Signore, è l’individualismo, perché rende tutto un mercato, perché al centro c’è soltanto il proprio particolare, superiore al tutto, che usa, sfrutta e possiede tutto. Così si interrogava Papa Benedetto XVI: “Come ha potuto svilupparsi l’idea che il messaggio di Gesù sia strettamente individualistico e miri solo al singolo? Come si è arrivati a interpretare la «salvezza dell’anima» come fuga davanti alla responsabilità per l’insieme, e a considerare di conseguenza il programma del cristianesimo come ricerca egoistica della salvezza che si rifiuta al servizio degli altri? L’uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere” (SS16). Non esiste un mondo perfetto! Quello che è perfetto è questa comunione umana e divina, che è piena di limiti e contraddizioni, e cambiamo perché amati da Gesù. Chiediamo allo Spirito Santo che ci aiuti ad essere strumenti di unità e di pace, a difenderle sempre, a ricrearle, a non darle mai per scontate, a non credere che è uguale se ci siamo o no, se fai mancare la tua parola, la tua presenza. Questa casa libera dalla malevolenza, che rende prigionieri del male, tanto che pensando di combatterlo finisce per esserne complice perché vede il male dove non c’è e, soprattutto, non sa più riconoscere e amare il bene. Il Signore abita sulla terra.

Cattedrale di San Pietro
22/10/2026
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