l'intervista

Don Marcheselli: da Bologna alle strade del Congo

«Non si “toglie” un prete - spiega don Davide -ma si offre e si rende visibile in modo universale e cattolico la dimensione della chiesa».

BOLOGNA – Don Davide Marcheselli è partito per la missione in Congo dopo aver ricevuto la croce dalle mani dell’Arcivescovo Matteo Zuppi durante la veglia missionaria celebrata in Cattedrale lo scorso ottobre.

Si tratta di un’ulteriore tappa di un cammino vocazionale che, specie in questo tempo di Avvento, segna tutta la Chiesa di Bologna che, offrendo uno dei suoi figli alla Chiesa dell’Africa, si apre ad una dimensione ancora più ampia di relazioni. Abbiamo intervistato don Marcheselli poco prima della sua partenza avvenuta il 20 novembre.

Don Davide, la tua partenza è una notizia per tutta la comunità. Cosa ti spinge ad andare?

C’è un elemento di approfondimento vocazionale, di un cammino che continua. Prima dieci anni di fidei donum in Tanzania, poi sono stato qui a Bologna, adesso ancora in missione per una nuova esperienza e per approfondire la strada di vita scelta.

Colpisce oggi che uno lasci tutto per andare ad aiutare gli altri in terre lontane. Tu torni in quel continente, hai anche un po’ la voglia d’Africa?

Non è semplicemente voglia, non è una questione sentimentale. C’è un elemento razionale che mi spinge ad andare e c’è pure un’immedesimazione con quei luoghi, con quel modo di vivere la fede, la vita, con il modo di celebrare l’eucarestia e di parteciparla, anche cantando e ballando. C’è pure un modo pure di vivere il laicato in maniera attiva e responsabile, capace di guidare la comunità. Parto dopo un periodo di alcuni anni vissuti in Italia, in un cammino di discernimento guidato dal vescovo Matteo e da chi mi ha seguito in questo tempo.

Nella veglia missionaria hai ricevuto la croce e la chiesa bolognese ti accompagna. Certo che “perdere” un prete di questi tempi, visto che non ci sono tante vocazioni…

Sì, è stato un gesto importante ricevere quella croce e fare memoria del motivo per cui vado in missione. Pur avendo la chiesa di Bologna bisogno qui, l’Arcivescovo ha voluto che rimanesse aperto lo slancio missionario ad gentes. Ciò non sminuisce e non fa perdere valore all’impegno profuso a Bologna dalla diocesi e da tutte le realtà ecclesiali. Non si “toglie” un prete ma, sia pur nel sacrificio, si offre e si rende visibile in modo universale e cattolico la dimensione della chiesa.

Parti nel tempo della pandemia. Anche in Africa si sta soffrendo per il coronavirus e per altre gravi malattie. Ciò ti farà trovare situazioni difficili, cosa ti aspetta?

La pandemia è un elemento di sofferenza che ci fraternizza a livello globale, e ciò è di grande evidenza in questo tempo. Siamo tutti collegati, interconnessi, affratellati. Questo tocca il nostro mondo occidentale, così come tante altre situazioni. Quello che oggi capita a noi ci fa aprire gli occhi pure sul fatto che ci sono molte persone nella sofferenza, anche in Africa, colpite da altre malattie letali come l’Aids, patologie gravi alle vie respiratorie, malattie gastrointestinali, malaria, e non hanno le nostre possibilità di cura. Lontani da noi, spesso ce ne dimentichiamo, ma quanti bambini nel mondo muoiono ogni giorno per denutrizione e malattie…

Vai in Congo, in che zona opererai?

Inizierò il percorso a Bukavu, dove c’è la comunità saveriana. Sarò un prete associato della diocesi e mi metterò al servizio dei bisogni del posto. Poi scenderò giù a sud, a Kitutu nella diocesi di Uvira. Mi sto impegnando per imparare il francese, dopo di che affiancherò il parroco, il viceparroco e li aiuterò nei vari servizi e ministeri. Pian piano proseguirò con l’inserimento nella vita parrocchiale e poi girerò anche nei villaggi sparsi della diocesi per visitare e incontrare le persone.

A Bukavu opera anche padre Giovanni Querzani, missionario romagnolo, fra l’altro insignito di un premio speciale. Quando tornava in Italia raccontava della missione, parlando della bellezza di quella chiesa ma anche dello sfruttamento delle risorse di quel Paese, in particolare il coltan…

Sì, lì opera padre Querzani, dei saveriani, che incontrerò al mio arrivo in un’importante missione al servizio dell’uomo. Dal punto di vista delle risorse minerarie il Congo è un territorio ricco e in quelle zone è in atto lo scandalo geologico del pianeta. C’è un conflitto nella zona del Kivu, nella regione di Bukavu, anche per il coltan, questo prezioso elemento molto utilizzato nell’industria i-tech per la produzione di pc e cellulari. È in corso uno sfruttamento, vengono estratti minerali ma alle popolazioni locali non viene riconosciuto niente. Ricordiamoci, quindi, che quando compriamo computer e cellulari siamo anche noi dentro questo sistema. È una delle tante contraddizioni che si trovano in Africa e che chiedono alla nostra coscienza di adoperarsi per cambiare il mondo affinché non si sfruttino più le risorse e i Paesi e si rispettino gli uomini.

Un prete che parte in missione è una notizia che colpisce tutta la comunità e la chiesa bolognese

Ringrazio le tante persone che mi hanno aiutato nella mia vocazione, in particolare il vescovo Matteo che mi ha prima ascoltato e poi mi ha aiutato a comprendere e a discernere i passi da compiere. Come si è visto nella consegna della croce, oggi c’è un invio alla missione dell’intera diocesi, insieme, di tutta la chiesa. Non si è soli in questa scelta, da tempo infatti la nostra chiesa bolognese è impegnata a sostenere la presenza dei propri preti a Mapanda, in Tanzania. Vi sono altre figure e sacerdoti missionari che alimentano le chiese del posto e la nostra qui. Tutto questo cammino è un dono e sento la mia partenza come un nuovo inizio.

La tua partenza avviene anche in prossimità dell’Avvento, che è tempo di attesa e di preparazione ad un Natale che quest’anno sarà particolare a causa del covid e delle tante difficoltà del momento. C’è un messaggio speciale che ritieni di dare proprio ora che stai per compiere questo nuovo cammino?

Sì, si tratta anche qui di una nascita, di qualcosa di nuovo che incomincia. Tutto quello che si è vissuto fino ad ora si offre al servizio di questa nuova missione. È una crescita che avviene nel dialogo e nel confronto, tanto qui quanto nel posto in cui sto per recarmi. È un accrescimento per me e spero anche per le persone che incontrerò. Ritorno in Africa con questo desiderio che si viva, anche nel silenzio, l’attesa del Natale per guardare e imparare. Così come dovrò imparare la lingua per farmi capire e riuscire a dialogare, a incontrare e aiutare gli uomini.  E per me questo sarà un Natale veramente particolare di attesa e di cambiamento.

A cura di Alessandro Rondoni

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