Attualità e sinodalità

Intervista al giornalista Michele Brambilla

Tanti i temi trattati: la città, il carcere, i giovani e il lavoro

BOLOGNA – Vi proponiamo un estratto dell’intervista di Alessandro Rondoni, Il direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali a Michele Brambilla, editorialista e già direttore del Quotidiano Nazionale. 

Recentemente è stato a «LIBeRI» a Villa Pallavicini e ha ricevuto il premio «Villa San Petronio». Che significato ha?

Mi conferma quello che penso di Bologna: una città viva, piena di interessi, di curiosità, di voglia di capire e approfondire. Mi hanno conferito il premio, per me un segno di accoglienza straordinario, facendomi sentire un po’ bolognese. E siccome amo questa città sin da bambino, sono molto felice.

Ha moderato un convegno nell’aula bunker del carcere della Dozza con importanti personalità…

Il carcere è un mondo che viene rimosso da chi non ci vive perché tutti pensiamo che non sia un nostro problema. Invece non è così. Intanto per un fatto di solidarietà: sono esseri umani anche loro. Poi, da un punto di vista pratico, se il carcere continua a essere quello che è, un luogo punitivo dove tieni le persone chiuse 22 ore al giorno in una cella a mangiare, con due ore di aria, e le lasci lì a non fare nulla, non solo non le recupererai mai ma le incattivisci. E quando escono tornano a delinquere, anche perché nessuno le prende a lavorare. È un problema, quindi, pure di chi è fuori, che poi si lamenta della criminalità. Il carcere è privazione della libertà, e questa dovrebbe essere la pena sufficiente. Si è privata una persona della libertà perché ha commesso un reato, non può però marcire in cella, deve lavorare, guadagnarsi uno stipendio, pagare le tasse, mandare dei soldi a casa, sentirsi utile e prepararsi ad avere un mestiere quando esce. Dei carcerati, però, non importa niente a nessuno. E questo è un grosso errore.

Con i suoi articoli lei aiuta la riflessione pubblica su Bologna e sul territorio nazionale: baby gang, droga, precariato giovanile…

Per me ora il precariato dei giovani è il problema principale. Perché non è possibile che in Italia i salari siano diminuiti, addirittura sono meno di quello che erano trent’anni fa. Un giovane oggi ha già pochi punti di riferimento e gli viene anche a mancare la certezza di un lavoro. Fa fatica, così, a programmare il futuro e credo che da un po’ di anni a questa parte qualcuno se ne sia approfittato guadagnando sempre di più. Ci sono colossi che pagano 3 euro all’ora per fare le consegne, senza alcun tipo di garanzia. Una volta questo non era possibile. La situazione, quindi, è peggiorata e vi è un’enorme questione sociale che dovrebbe essere presa di petto dalla politica.

Qual è la cosa che più le piace di più e cosa, invece, cambierebbe di Bologna?

Dico una banalità: a Bologna si vive bene. C’è il gusto di saper stare insieme, di parlare, apparentemente a vuoto, ma non è così perché chiacchierando vengono fuori un sacco di idee. È una città in cui mi sono sentito accolto benissimo. È abituata a includere, ad abbracciare le diversità. Sono stato in tante altre città e questa è quella dove si vive meglio. Non so cosa si potrebbe cambiare, forse l’abitudine alla lamentela che hanno tanti bolognesi che dicono che non è più come una volta…

«Il Resto del Carlino» ha riportato la notizia di un barbiere che qui non trova un collaboratore. Che succede?

Il problema di chi non trova collaboratori è legato a quanto dicevo prima. Il reddito di cittadinanza può avere disincentivato a cercarsi un lavoro, ma è anche vero che ce ne sono di retribuiti troppo poco. Il lavoro va pagato! Capisco che un barbiere avrà gli incassi che ha, deve versare molte tasse e costi fissi. C’è una questione sociale che va complessivamente rimodulata. Una volta l’amministratore delegato della Fiat guadagnava 12 volte più dell’operaio, ora 150! C’è quindi uno squilibrio che provoca situazioni come queste.

Qual è la «notizia» che ha portato Zuppi a Bologna?

Il card. Zuppi è un personaggio di un tale spessore e carisma che ha attirato subito l’attenzione di tutta Italia. Non è mai stato visto soltanto come l’arcivescovo di Bologna ma come una persona molto più importante. Il tratto di lui che è stato percepito di più penso sia quello di essere davvero un «prete di strada», ovvero un vescovo vicino alla gente comune, non un burocrate, un amministratore. Certamente è una persona di grande spessore culturale, che deve anche gestire dei poteri importanti. Il potere non è una cosa negativa in sé, è un servizio. Mi pare, però, che il suo tratto distintivo sia di aver fatto percepire un’umanità diversa. E in questo è in linea con quello che fa Papa Francesco.

La Chiesa di Bologna è in cammino sinodale, lei pure ha partecipato con noi al gruppo sinodale dei giornalisti. Che percezione ne hanno i media?

Non so quanto i mezzi di comunicazione conoscano l’espressione «cammino sinodale». Rimangono colpiti dalle persone che fanno questo cammino. Uno come Zuppi dà subito l’impressione che andare in strada e incontrare le persone sia cosa vera e non uno slogan lanciato da qualche ufficio di curia. Altrimenti ritorniamo nella burocrazia, come tante volte è stata la Chiesa, in cui si fanno programmi a tavolino. Se uno dice andiamo in strada, ma poi è una persona chiusa, poco empatica, algida, come sono stati anche tanti vescovi, allora non funziona. Devono esserci persone che rendono vere queste affermazioni.

Si sta passando dalla carta al digitale. Chi è oggi il giornalista?

È un professionista in difficoltà, perché stiamo vivendo una transizione lunghissima dalla carta al digitale. La carta vende sempre meno e il digitale è diffuso ma non permette quei ricavi che fanno sopravvivere. Da qui le crisi, i tagli al personale, la limitazione nelle spese per i servizi, e questo ci penalizza. Mi pare che anche la gente stia prendendo coscienza che senza dei mediatori responsabili, civilmente e penalmente, l’informazione non sia più garantita. Basta navigare sui social, dove chiunque può dire quello che vuole senza alcuna attendibilità. Girano un sacco di balle, chiamiamole con il loro nome invece di «fake news». È soprattutto nei momenti di difficoltà che la gente ha bisogno di una fonte autorevole, di un giornale. Il giornalismo non morirà mai perché ci sarà sempre bisogno di giornalisti. Dobbiamo però trovare il modo di renderlo sostenibile economicamente perché purtroppo, ormai, c’è l’abitudine di avere tutto gratis sui social. Ricordiamoci, però, che la merce che viene data gratuitamente non è sempre buona.

L’intervista è comparsa sul numero di Bologna Sette del 24 luglio 2022.

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