Giovedì 1 dicembre la Messa al Santuario della Vita alle 20

La prima memoria della Beata Maria Rosa di Gesù

A 50 anni dalla morte, Bologna ricorda la religiosa missionaria di Cristo nella malattia

Con una solenne celebrazione eucaristica, che avrà luogo giovedì 1 dicembre alle 20, nel Santuario di Santa Maria della Vita (Via Clavature 10), la diocesi di Bologna celebrerà per la prima volta la memoria della Beata Maria Rosa di Gesù Pellesi, che il Santo Padre ha iscritto nel proprio dei santi della nostra Chiesa.

La celebrazione sarà presieduta da S.E. Mons. Francesco Cavina, vescovo emerito di Carpi e sarà preceduta, alle 19.30 da un momento di presentazione della figura di questa beata, da parte di Madre Gabriella Bertot, postulatrice della Congregazione delle Francescane Missionarie di Cristo, a cui apparteneva la religiosa e da mons. Andrea Caniato.

Questa riscoperta bolognese della figura di Rosa Pellesi avviene esattamente a 50 anni dalla sua morte. Rosa è originaria di un piccolo villaggio dell’Appenino modenese e ha chiuso gli occhi alla vita di questo mondo nella casa religiosa di Sassuolo, ma ha trascorso 24 dei 27 anni della sua grave malattia polmonare ricoverata all’ospedale Bellaria (sanatorio Pizzardi).

L’Unitalsi bolognese ha voluto fare suo, in maniera del tutto speciale, questo appuntamento, perché tra le altre cose la beata Rosa fu più volte pellegrina con l’associazione: la prima volta dal Sanatorio di Gaiato (Mo) dove fu il suo primo luogo di ricovero al Santuario di Loreto. Sempre alla Santa Casa tornò nell’estate del 1950 da Bologna. Per obbedienza alle sue superiore, fece il pellegrinaggio unitalsiano a Lourdes nel luglio 1951: tornò molto stanca e provata da quel viaggio, ma ricevette grande consolazione e raccontò di avere ricevuto non la grazia della guarigione, ma quella della serenità e della pace nell’accogliere la volontà di Dio e questo insegnò sempre alle persone che sapeva andare pellegrine al santuario francese.

Con una certa emozione, ci si è resi conto che proprio all’ingresso della sede della sottosezione bolognese dell’UNITALSI è presente una storica fotografia del pellegrinaggio a Loreto del 1952, dove figura anche la beata, insieme ad alcune consorelle. Fu proprio in quella occasione che durante una sosta del treno a Rimini, poté salutare il folto numero delle consorelle della Casa Madre della sua congregazione, consegnando loro alcune boccette di olio benedetto, acquistato a Loreto, che provocò la guarigione di una suora inferma.

Nel giugno del 1957 visse l’ultimo pellegrinaggio a Loreto, quando ormai era accaduto un drammatico incidente che la segnò per tutto il resto della sua vita. Da anni infatti la beata si sottoponeva a toracentesi: veniva cioè perforata con un grosso ago per l’estrazione del liquido che si formava nella sacca pleurica dei polmoni. Il 27 ottobre del ’55 l’ago si spezzò e andò a conficcarsi nella parete toracica vicino al cuore. Nonostante tutti gli sforzi dei medici, porterà l’ago dentro di sé fino alla morte.

Per gran parte della sua malattia, la Beata Maria Rosa fu accompagnata spiritualmente da fra Alessio Martinelli, frate minore che vive ancora 101enne all’Eremo della Verna e che ne ha testimoniato lo straordinario cammino spirituale da lei percorso. Pur essendo fisicamente lontana dalla sua comunità, Maria Rosa partecipò al cammino di rinnovamento della sua Congregazione Religiosa e fu proprio lei, dal letto d’ospedale, a suggerire il nome con il quale la Congregazione si sarebbe identificata: Francescane Missionarie di Cristo; ed è proprio questo spirito di missione e di testimonianza che l’ha ispirata non nonostante la malattia, ma proprio dentro la sua condizione di sofferenza.

Accanto ad un tenerissimo servizio reso a tanti malati, che spesso aiutava nelle loro necessità fisiche e spirituali, ad una intensissima vita di preghiera, ritmata dalla partecipazione all’Eucaristia e ai sacramenti, Maria Rosa viveva il grande servizio della intercessione: spesso dalle terrazze del Bellaria guardava i tetti della città di Bologna, le case, le finestre, il treno e tutto diventava preghiera. Era l’inizio degli anni ’70 e disse ripetutamente al padre spirituale: «Offro la mia vita per i cappelloni, i carcerati, le prostitute, i sacerdoti che hanno defezionato e per tutti i peccatori».

Mentre nel 1972 la sua famiglia religiosa realizzava il sogno lungamente atteso di un impegno missionario in Etiopia, Maria Rosa si avvicinava a sorella morte. La malattia ormai l’aveva profondamente debilitata, ma non aveva annullato il suo indomito spirito missionario: «Lasciatemi in vita – diceva a chi l’assisteva – ci sono molte anime da salvare». Era il segno della maturità spirituale raggiunta ai piedi del Calvario: Maria Rosa sapeva che la malattia era diventata la sua vocazione, il suo servizio per la Chiesa e per la salvezza del mondo.

Breve biografia (video)

Qui i testi liturgici per la memoria della beata

Il servizio di 12PORTE

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