Gesù è «Dio con noi» (Mt 1, 23), mistero di amore perché «Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito» per la sua salvezza (Gv 3, 16). Continua a donare tutto di sé, tutto, perché non ci siano dubbi che “io sono” è amore e la vita la salva e la salva amandola. I nostri occhi, così incapaci di riconoscerlo e oscurati come sono dalla paura, dalla tristezza, dalla rassegnazione, si aprono quando seduti a tavola viene spezzato il pane. L’Eucaristia è presenza che conferma e genera amore, il noi con Dio. Conferma la forza e la bellezza dell’amore a noi smarriti, incerti, presuntuosi, distratti, ma anche mendicanti di amore e desiderosi di amore vero, che non finisca, che non deluda, che sia più grande della miseria della nostra vita, che guarisca le ferite profonde e riempia l’abisso del cuore. Non siamo soli, persi nel nulla di un infinito altrimenti incomprensibile, minaccioso o indifferente. Il contrario dell’egocentrismo è l’amore che libera l’io unendolo all’amato. Ecco perché Gesù dona se stesso, a ognuno e insieme. È il pane dei pellegrini che aiuta a camminare, come faremo tra poco, andando dietro a Gesù, via, verità e vita. Quando siamo vicini al Signore impariamo ad essere vicini al prossimo. Noi saremo nell’amore di Dio e saremo una cosa sola. Il pane spezzato di Gesù non è il cibo dei perfetti, ma dei peccatori che il Signore invita alla sua tavola e rende santi perché suoi commensali. Non smetteremo mai di conoscere questo mistero di amore e nutrirci di questo pane ci aiuta a capirlo. È amore che chiede solo amore. Non ci possiede, ci nutre e rimane con noi, e noi con Lui quando doniamo anche la nostra vita. È mistero della fede, come proclameremo con gioia dopo la consacrazione. E noi, limitati come siamo, riconosciamo la grandezza della sua presenza. La sua debolezza ci ricorda la vera forza e ci libera dalla tentazione della potenza, oggi resa così banale, volgare, diffusa, gridata, che arma le mani, le menti e i cuori, e costringe ad armarsi tanto da far credere che l’amare sia ingenuità. Il suo cibo spirituale è necessario per vivere la nostra vita materiale, liberandoci dall’esaltazione dell’orgoglio.
È un pane insignificante per i grandi, disprezzato da noi quando pensiamo che il benessere sia avere di più, sia trasformare le pietre in pane, consumandole tutte ma non trovando mai la sazietà. Solo il Verbum Domini sazia la nostra vita! Solo questo pane dona pace perché è il pane dei figli e ricostruisce la vera fraternità, ricompone una Chiesa unita, perché sia segno di unità e di comunione. In questo nostro tempo vediamo tanta discordia e le tante “ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri”, come scrive Papa Leone XIV aiutandoci a contemplare e a difendere la magnificenza dell’umanità. Il suo pane ci spinge a dire al mondo, con umiltà e con gioia: “Guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno”. L’Eucaristia ci ricorda che “questa è l’ora dell’amore!”. Il suo pane è uno e ci rende uno, perché significa concretamente amicizia e fraternità. Davanti a tanto amore sentiamo la vergogna per le interpretazioni malevoli con cui umiliamo il Corpo di Cristo che è la Chiesa. Papa Leone XIV ci chiede di curare le relazioni: “La carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. Invito a custodire luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva: la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri. Sono segni di un’umanità che continua a credere che ogni corpo è tempio dello Spirito e casa di Dio, e proprio questa alleanza tra gloria e fragilità diventa criterio per valutare i modelli antropologici proposti dalla cultura attuale” (MH 239). La prossimità diventa comunione e questo cibo della verità ci spinge, come scrive sempre Papa Leone XIV, a denunciare le situazioni indegne dell’uomo “in cui si muore per mancanza di cibo a causa dell’ingiustizia e dello sfruttamento, e ci dona nuova forza e coraggio per lavorare senza sosta all’edificazione della civiltà dell’amore”. “Il mistero dell’Eucaristia ci abilita e ci spinge ad un impegno coraggioso nelle strutture di questo mondo per portarvi quella novità di rapporti che ha nel dono di Dio la sua fonte inesauribile”. L’Eucaristia, sacramento dell’unità, alimenta la nostra appartenenza al Corpo di Cristo delle nostre comunità e ci educa alla condivisione, perché è un “incontro personalissimo col Signore e, tuttavia, non è mai soltanto un atto di devozione individuale”. In essa si mostra visibilmente che noi “siamo la Chiesa di Cristo, siamo le sue membra, il suo corpo. Siamo fratelli e sorelle in Lui. E in Cristo, pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola: In Illo uno unum”.
Ci aiuta San Francesco che “ardeva di amore in tutte le fibre del suo essere verso il sacramento del corpo del Signore, preso da stupore oltre ogni misura per tanta benevola degnazione e generosissima carità. Si comunicava spesso e con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri. Infatti, essendo colmo di riverenza per questo venerando sacramento, offriva il sacrificio di tutte le sue membra e, quando riceveva l’agnello immolato, immolava lo spirito in quel fuoco che ardeva sempre sull’altare del suo cuore”.
Buon Pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi.
