Giornata per la Pace

Prendersi cura dell’altro è lavorare per la pace

La Messa di mons. Silvagni in Cattedrale e il messaggio dell'arcivescovo

BOLOGNA. Il 1° gennaio la Chiesa ricorda la solennità di Santa Maria Madre di Dio e celebra la Giornata mondiale della Pace.

In Cattedrale monsignor Giovanni Silvagni, vicario generale per l’Amministrazione, ha presieduto la Messa sostituendo l’arcivescovo che si trova in isolamento domiciliare in quanto positivo al Covid. Nell’omelia monsignor Silvagni ha ricordato come nel racconto evangelico della Natività Maria è descritta come colei che «custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore».

«Ma questo cuore è anche una scuola – ha detto monsignor Silvagni – perché anche la Chiesa e ogni cristiano diventino come lei, madre di Cristo, e da lei imparino a custodire tutto e tutti. In questa prospettiva possiamo comprendere l’invito del Papa che nel suo messaggio per la 54° giornata della pace indica come percorso di pace la cultura della cura, l’arte e lo stile di vita del prendersi cura. E’ una delle attitudini più preziose dell’uomo prendersi cura di tutto quello che Dio ci ha affidato, dal fratello più prossimo all’intera creazione e tutto quanto sta in mezzo a questi due estremi». Nel proseguire l’omelia monsignor Silvagni ha letto lo scritto inviato dall’arcivescovo (riportato qui in forma integrale) a commento del messaggio del Papa.

«Prendersi cura delle persone – ha scritto il cardinal Zuppi – è lavorare per la pace. La violenza nasce molto più facilmente e rapidamente dove non c’è cura, cioè attenzione, fiducia, speranza, per la persona, dove la vita non vale niente o dove sono le mafie che si prendono cura di te! Bisogna sempre lavorare per la pace perché questa non è mai garantita una volta per sempre. Non è assenza di guerra. Il seme del male è sempre fertile, contagioso, irretisce con le sue ragioni e sollecita l’istinto. Il male cresce con il rancore che diventa odio, l’ignoranza che diventa pregiudizio, le convenienze individuali che diventano corruzione, il cinismo che produce tanta diffidenza. Paolo VI – e come non ricordare con lui il nostro Cardinale Lercaro – volle che il primo giorno dell’anno fosse dedicato alla pace perché la vedeva minacciata e con previsioni di avvenimenti terribili, che “possono essere catastrofici per nazioni intere e forsanche per gran parte dell’umanità”. Pace, non pacifismo inutilmente romantico, ma lotta per “i più alti ed universali valori della vita, la verità, la giustizia, la libertà, l’amore”. Oggi è ancora così! Sulla nostra stessa barca da anni si consuma la terza guerra mondiale a pezzi e ognuno di questi sparge tanto veleno che inquina l’aria e intossica le acque che servono per vivere».

«Curare richiede pazienza – ha concluso l’arcivescovo in un altro passaggio – perché non si guarisce subito, ci vuole tempo, come ci vuole tanto sforzo e attenzione per sconfiggere il Covid. La pandemia ha provocato tanta sofferenza e ha isolato le persone, ma ha anche suscitato tanta solidarietà, la consapevolezza che siamo ad una svolta decisiva e che dobbiamo curare questo mondo perché altrimenti peggiora, ci abituiamo a vivere male, si compromette il futuro, si accetta la logica del più forte o del più ricco».

 

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