Anche la grande opera Settecentesca si è dovuta fermare

Quell’orologio muto a San Petronio

BOLOGNA – Qualche decennio prima della venuta dei Francesi, a Bologna si cominciò ad ipotizzare il passaggio a un sistema più moderno nella misurazione del tempo, tanto che il Primicerio della Basilica di San Petronio, monsignorFrancesco Zambeccari, commissionò nel 1758 a Domenico Maria Fornasini – uno dei più valenti orologiai della città – una macchina del Tempo dotata di due quadranti: uno all’Italiana, l’altro alla Francese. Ne risultò un Orologio a doppio quadrante dotato inoltre di sistema a Tempo Medio e Vero, unico al mondo. 

Ce lo ricordiamo tutti (escluso i giovanissimi) l’evento epocale del 2001, quando si passò dalla Lira all’Euro. Tutti portavano in tasca una tabellina di comparazione tra i due sistemi. Ci volle un bel pò di tempo per adeguarci alla nuova moneta: i più giovani lo fecero subito, mentre le persone anziane ebbero non poche difficoltà iniziali.

Del tutto simile fu un evento risalente al 1796, quando si passò dall’Ora Italiana a quella Francese. Sino ad allora l’intera sequenza giorno-notte era di 24 ore, ma la conclusione del giorno e l’inizio di quello successivo avveniva al tramonto del Sole, indipendentemente dal periodo stagionale. A ben vedere, per quei tempi, il sistema all’Italiana aveva una sua logica: conoscendo l’ora, e sottratta alle 24, dava immediatamente il numero di ore di luce disponibile, prima che calassero le tenebre. Ma quell’antico sistema che risaliva al XIII secolo obbligava a correggere quasi quotidianamente la lancetta dell’Orologio Meccanico, generando non poche problematiche, mentre negli altri paesi d’Europa si usava la cosiddetta “Ora Francese” facendo coincidere la fine del giorno con la Mezzanotte, quale è tuttora.

Qualche decennio prima della venuta dei Francesi, a Bologna si cominciò ad ipotizzare il passaggio a quel moderno sistema, tanto che il Primicerio della Basilica di San Petronio, Mons. Francesco Zambeccari, commissionò nel 1758 a Domenico Maria Fornasini – uno dei più valenti orologiai della città – una macchina del Tempo dotata di due quadranti: uno all’Italiana, l’altro alla Francese. Ne risultò un Orologio a doppio quadrante dotato inoltre di sistema a Tempo Medio e Vero, unico al mondo. Si trattava di un ottimo servizio alla cittadinanza, in quanto, affiancato alla Meridiana del Cassini, si dava alla Città un preciso servizio orario, del cui segnale di Mezzodì ne prendeva riferimento l’Orologio Pubblico della Torre d’Accursio.

L’Orologio petroniano svolse per lunghissimo tempo il suo encomiabile servizio, poi, soppiantato da più moderne tecnologie, venne quasi del tutto dimenticato. Una quindicina d’anni fa l’autore di queste righe, affiancato da Pietro Ballanti ottimo esperto di meccanica orologistica, con notevole difficoltà a causa della complessità dello strumento, hanno riattivato il meccanismo.

Essendo io costruttore di Meridiane ed Orologi Solari, oltre che storico della materia, da diversi anni a questa parte sino all’arrivo del Coronavirus ho effettuato visite guidate alla Meridiana di San Petronio, visita al sottotetto della basilica, e tenuto conferenze su questa materia.

Poi a causa della pandemia si è dato il divieto di uscire di casa. Mi sono così trovato nella condizione di non poter più tenere in carica l’Orologio petroniano, e di fermare il meccanismo. La soluzione ideale era quella di bloccare il pendolo dell’Orologio, ma non potevo recarmi sul posto a farlo di persona. Ho quindi chiamato il prezioso custode della Basilica di San Petronio Ferdinando Di Chiara, il quale prelevando dalla sagrestia la chiave dell’armadio che racchiude l’Orologio, apertone lo sportello, ne ha fermato il Tic-Tac.

Egli ha quindi scattato col cellulare una foto del pendolo fermo e me l’ha inviata a testimonianza dell’operazione avvenuta. Ora l’Orologio è immobile, e con lui la Città e il mondo. Quando tornerà a funzionare io potrò recarmi di nuovo in basilica per riattivarlo, e significherà che il Coronavirus è debellato. E quel giorno in San Petronio potremo anche fare una breve cerimonia per il ritorno alla normalità.

Giovanni Paltrinieri

Facebooktwittermail